La trasmigrazione stellare

Published by

on

Da eoni, ci si interroga sul destino della scintilla divina una volta che il vaso biologico subisce la corruzione finale della morte. Religioni, accademie e correnti iniziatiche hanno tentato di perimetrare il mistero del “dopo”, ma la maggior parte delle dottrine è rimasta vittima di un limite cognitivo: il provincialismo planetario. La reincarnazione, o meglio la metempsicosi, viene quasi sempre confinata al perimetro della Terra, come se il destino dello spirito fosse indissolubilmente legato a un singolo atomo di materia sospeso nel vuoto. Tuttavia, l’universo non conosce confini e la Tradizione Ermetica ci insegna che “come sopra, così sotto”: se la coscienza è un principio sovra-materiale, limitare il suo ciclo di rettificazione a un solo teatro cosmico non è solo illogico, è un errore di calcolo alchemico. Se l’anima è la materia prima che deve essere trasmutata attraverso il fuoco dell’esperienza, perché l’Atanor dovrebbe essere limitato alle sole coordinate geofisiche terrestri? La verità che emerge dalle nebbie del tempo è che la reincarnazione non è un fenomeno locale, ma una dinamica universale di spostamento energetico. Nelle tradizioni primordiali, l’Atman indù o il flusso di coscienza buddhista non sono mai stati concepiti come prigionieri di un territorio specifico, ma come entità capaci di attraversare regni e piani di esistenza. Laddove gli antichi parlavano di “sfere celesti” o “regni sottili”, la moderna indagine del Laboratorio legge dimensioni, sistemi esogeni e livelli di realtà non locali. In questa prospettiva, la Terra non è l’unica scuola, ma solo una delle palestre più dense e abrasive, necessaria per temprare lo spirito attraverso il dolore e la gravità emotiva. Esisterebbero, dunque, mondi di natura gassosa o eterea dove la coscienza sperimenta forme di esistenza meno vincolate alla carne, e mondi primordiali dove il ciclo karmico si manifesta in forme di vita ancora grezze e telluriche. Il karma stesso smette di essere un tribunale morale e diventa una legge di gravità spirituale: l’anima non viene giudicata, ma attratta per risonanza vibrazionale verso l’ambiente più adatto alla sua attuale fase di maturazione. Se volgiamo lo sguardo alle stelle attraverso la lente della scienza di frontiera, il quadro si fa vertiginoso: miliardi di pianeti orbitano in zone abitabili, suggerendo che la vita sia una costante e non un’anomalia. Se la materia è diffusa, la coscienza – che ne è il principio animatore – deve esserlo altrettanto. La fisica moderna, avendo demolito il vecchio materialismo meccanicista, ci ricorda che la materia è solo energia condensata e che il tempo è una coordinata elastica; in un simile scenario, l’ipotesi di una “tuta spaziale biologica” che l’essere indossa e dismette appare non solo plausibile, ma necessaria. L’anima è una viaggiatrice cosmica, una scintilla errante che attraversa epoche e civiltà galattiche, portando con sé un’eredità invisibile di ferite e conquiste interiori che trascendono la memoria cerebrale. Questa visione libera l’individuo dall’angoscia della finitudine: ogni esistenza non è che un capitolo di un’opera monumentale e la morte non è che una soglia, un cambio di frequenza, una de-manifestazione necessaria per una nuova e più alta apparizione. Non siamo inquilini temporanei della Terra, ma pellegrini dell’essere che cambiano involucro come si cambiano le stagioni nell’Opera alchemica. Accettare la reincarnazione interplanetaria significa ammettere che siamo molto più antichi delle montagne che calpestiamo e che il nostro vero lignaggio non è di sangue, ma di luce stellare. In fondo, se siamo composti dalla stessa polvere delle stelle, tornare a incarnarsi tra di esse non è un viaggio verso l’ignoto, ma il più naturale dei ritorni a casa.

Lascia un commento