Nella retorica contemporanea, il termine “complottista” viene brandito come un ferro rovente per marchiare chiunque osi sollevare il velo della versione ufficiale, un’etichetta pensata per ridicolizzare la ricerca e patologizzare il dubbio. Ma se osserviamo la realtà attraverso l’Atanor della verità, ci accorgiamo di un paradosso sottile e inquietante: i veri complottisti non sono i ricercatori dell’insolito, gli studiosi di simbologia o gli apprendisti alchimisti, bensì coloro che occupano la fazione opposta, i guardiani del dogma e i consumatori acritici di certezze precostituite. Essere alchimisti del pensiero significa operare una costante rettificazione della materia informativa, separando il piombo della narrazione imposta dall’oro dell’evidenza nascosta, mentre il vero atto cospiratorio risiede proprio in quella struttura che progetta, con precisione chirurgica, una realtà bidimensionale e rassicurante ad uso e consumo delle masse. Chi accetta senza riserve ogni comunicato ufficiale, chi nega l’esistenza di dinamiche di potere non dichiarate e chi chiude gli occhi davanti alle anomalie della storia, sta di fatto partecipando a un complotto di inerzia e negazione, collaborando alla costruzione di un velo di Maya che ottenebra la visione collettiva. Il Laboratorio dell’Alchimista riconosce che il potere, per sua stessa natura, opera nel segreto e nel simbolo; ignorare questa dinamica non è segno di razionalità, ma di una cecità volontaria che è, in ultima analisi, la forma più estrema di complicità con l’ombra. Coloro che ci accusano di vedere trame ovunque sono spesso gli stessi che sottoscrivono la trama più inverosimile di tutte: quella di un mondo governato dal caso, dalla trasparenza assoluta e dalla benevolenza disinteressata delle istituzioni. Questa è la vera narrazione fantastica, il complotto più riuscito del secolo, che mira a disarmare l’intelletto umano privandolo della sua capacità di analisi trasversale. Noi, ricercatori del mistero, non inventiamo cospirazioni; noi decodifichiamo linguaggi che altri preferiscono non udire. La nostra non è una fede nell’assurdo, ma una pratica di rigore alchemico applicata alla cronaca e alla storia: laddove la massa vede un evento isolato, l’occhio iniziato scorge la firma di un archetipo o l’ombra di una strategia di lungo periodo. Ribaltare l’accusa significa dunque rivendicare il diritto alla profondità, comprendendo che il vero “complottista” è colui che trama per mantenere l’umanità in uno stato di sonnambulismo intellettuale, delegittimando chiunque provi a svegliare le coscienze. In questo laboratorio, la Nigredo del sospetto non è il fine ultimo, ma il processo necessario per giungere alla luce di una verità che non ha bisogno di etichette per esistere, ma solo di occhi liberi per essere vista. La verità non teme l’indagine; solo l’inganno ha bisogno di proteggersi dietro il muro del ridicolo.

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